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sabato 26 giugno 2010

Semiologia del linguaggio culinario, ossia il mio pesto




Lo ammetto, da ex professoressa di italiano detesto alcuni vezzi del linguaggio culinario, ab(usati) da molti chef più o meno famosi, soprattutto in televisione: un reiterato uso in senso figurato del verbo andare davanti a un altro verbo (andiamo a versare, andiamo a cuocere, etc.), oppure un uso continuo dell'aggettivo "nostro" davanti a qualsiasi ingrediente o portata (prendiamo il nostro pesce, la nostra padella, etc.), per enfatizzare il rapporto/legame con il telespettatore.
Credo che nello scrivere e nel parlare si debba essere più sobri possibile e cercare sempre di togliere anziché aggiungere.

Detto questo, oggi vi voglio parlare del mio pesto alla genovese. Si, proprio mio. Ma non in sesnso figurato, in senso reale. Perchè è fatto con il basilico coltivato da me, con l'olio della mia famiglia e secondo il mio personale gusto, non so se coincidente con quello dei genovesi.
Metto nel frullatore un bel mazzo di basilico (il mio preferito è quello genovese a foglie piccole oppure anche quello greco a foglie piccolissime, quello napoletano ha un vago sapore di menta che no mi piace molto), aggiungo abbondante olio, due cucchiai di parmigiano o di Grananglona (un ottimo grana di pecora prodotto a Nulvi)e pinoli. Poco sale grosso e poi accendo il frullatore fino ad ottenere una crema fluida e molto fine.
Nella foto gli spaghetti sono "addizionati" con poco tonno sott'olio.
Una goduria tutta mia (e dei miei cari!)!!